Di Malboro e omuncoli

 

20140504-181337.jpgQualche mese fa, durante un’infinita traversata della penisola in macchina con la mia famiglia, ci fermammo a un Autogrill.
Madre si era dimenticata di portarsi qualcosa da leggere, perciò, questa donna sessantacinquenne che iniziò a fumare a 13 anni e che contribuisce al sostentamento della Malboro da decenni, acchiappò un libro dallo scarno scaffale della sezione Autogrill ribattezzato “vorrei ma non posso”.
Con piglio si avvicinò alla cassa e a quel punto, io e Padre, rimasti pochi passi indietro, riuscimmo a identificare il libro come il successone del secolo È facile smettere di fumare bla bla.
Pochi secondi e alle nostre orecchie giunse il suono di una voce ferma: “Questo e tre pacchetti di Malboro rosse, per favore”. Continua a leggere

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G.J.C.G.M., detto Gabo.

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“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda. E come la si ricorda, per raccontarla”.

Ho sempre letto molti libri. Romanzi, per lo più. Molti.
Nonostante abbia viaggiato attraverso le parole di decine e decine di scrittori, pochissimi di loro hanno guadagnato la mia piena e cieca fiducia e il mio affetto incondizionato.
Uno di questi ultimi si è spento poche ore fa, dopo averci lasciato migliaia di pagine di immensità.

Perciò poche righe silenziose, oggi. Non tristi, solo sommesse.
Un addio a uno degli uomini che più mi ha regalato senza che nemmeno ci conoscessimo, con l’augurio – e un buon pizzico di certezza – di non perdersi nella nebbia.

“Si perse per anfratti di nebbia, per tempi riservati all’oblio, per labirinti di delusione.” (da Cent’anni di solitudine) Continua a leggere

(Ri)tornare. Per un momento.

fuoriAttenzione: post più autoreferenziale e insulso del solito.

Sono nata e cresciuta a Milano.
Ho vissuto una vita intera circondata dalla città, dai suoi odori, dai suoi profumi, dal suo scintillio notturno.
Per quanto possa sembrare scontato, sono una fervida sostenitrice dell’aperitivo (milanesemente inteso) e del vagare nei quartieri più vitali assorbendo allegria ed energia dalla musica che esce dai locali.
Nonostante questo, forse per assecondare una sorta di sociofobia che mi allontana dai luoghi piccoli e sovraffollati, non ho mai, e dico mai, nemmeno pensato di andare al Fuorisalone.

Mai.

E qui, come presentito, arriva il ‘ma’. D’altronde, si sa, sono una fucina di genialità continua.

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Giovane dentro

Rock-onBreve antefatto.

Da quando vivo in una casa tutta mia ho preso in adozione un carrellino per la spesa.
Due ruote, sacca verde bosco.
Fu un regalo di mia mamma a mia nonna, che lo usò pochissimo perché “‘sta cosa da vecchi non è proprio il caso di usarla, poi cosa penserà la gente”.
Io ne andavo fiera.
Ultimamente era divenuto un mezzo di primo sostentamento, dato che ancora non posso sollevare pesi superiori ai 4-5 chili (e già, signori, è una gran conquista).
La settimana scorsa, la catastrofe. Mia madre, tirando fuori dal baule della macchina il mio fedele compagno riempito di cibarie, lo ha, inavvertitamente, rotto in modo irreparabile. Continua a leggere

L’idiozia estinguerà l’umanità in 10, 9, 8…

20140405-143044.jpgGuardo i fusilli di riso e mais che aspettano di tuffarsi nell’acqua e il sugo che borbotta per arrivare ad acquistare una consistenza dignitosa – seppur ben lontana da quella che mia nonna sapeva ottenere, ma, insomma, ci si arrangia. Nell’attesa mi metto d’impegno su questo spazio bianco. A scanso di equivoci, l’impegno non è riferito allo scrivere necessariamente qualcosa che qualcuno leggerà. Non vivo il dovere del blog, ancora. L’impegno deriva da una veloce occhiata all’elenco di post scritti, pubblicati o meno. Ecco, il numero delle bozze incompiute ha raggiunto un numero di gran lunga superiore al limite che mi separa da scarabocchi in libertà su un diario di Hello Kitty chiuso da lucchetto. È ora di riprendere in mano la situazione, insomma. La mia vita quotidiana non mi è stata e non mi è ancora molto d’aiuto nel rifornimento di materiale che, almeno io, possa trovare interessante e che non si limiti al diario di bordo dei miei dolori, perché, amici miei, siamo a un passo dall’autocommiserazione e non va bene. Per nessuno.

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Il ronzio

foto copiaMolti forse (a ragione) non apprezzeranno, ma le descrizioni verbali, a volte non bastano come premesse. Questa foto è la mia premessa, oggi.
Questo è la mia schiena, dal di dentro. Con tutte le sue app installate su misura il 30 gennaio scorso.
Sono queste immagini le responsabili di una delle epifanie più travolgenti della mia vita.

Mi dicono che son nervosa. A dir la verità, me lo dico pure da sola.
Basta un attimo e passo dall’essere uno scimpanzé neonato e mattacchione alla ferocia di un Rottweiler affamato e gettato in un’arena da combattimento.
Un attimo, proprio.

Il fatto è che, esattamente al centro del mio corpo, in corrispondenza dell’incrocio dei punti medi di altezza, larghezza e profondità ho un dolore difficile da rendere a chi, dentro la mia schiena e il mio cervello, non ha occasione di passare.

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